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Ambiente di lavoro: ne parla Gabriele Masi

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Quanto è importante l’ambiente di lavoro per chi vi svolge la sua occupazione? Come si sta evolvendo il concetto di ambiente di lavoro in questi ultimi anni? Quali sono le nuove problematiche che ne conseguono?

Ne abbiamo parlato con il dott. Gabriele Masi, editorialista del magazine Wow! - Ways of Working

1) Gabriele, da quanto scrive sul web magazine WOW!- Ways of Working si intuisce subito la sua forte attenzione ai temi riguardanti gli ambienti di lavoro e le dinamiche ad essi correlate. Come è nato questo interesse?

Tre anni e più di 160 articoli. All’inizio tutto è nato dalla curiosità verso una nuova opportunità in un ambito a me pressoché sconosciuto, poi articolo dopo articolo, studi, approfondimenti e letture, e grazie alla supervisione di un mentore come Renata Sias, con una grandissima esperienza nell’ambito, mi sono appassionato ai diversi temi che gravitano attorno all’ufficio e degli ambienti di lavoro, che in WOW! Webmagazine trattiamo a 360°. Da antropologo, però, ciò che mi ha sempre attratto è cercare di capire quale idea di uomo ci sia dietro al cambiamento dei luoghi e del concetto di lavoro a cui stiamo assistendo in questi anni.

2) Secondo lei, in che modo l’ambiente di lavoro/ufficio può influire sulla qualità della vita di un lavoratore? E sulla produttività?

Oggi il paradigma, o forse il “mantra”, usando una parola alla moda, è “benessere = produttività”: l’azienda si assume il compito di educare o ri-educare il proprio lavoratore secondo certe pratiche che riflettono una precisa idea di “salute” mentale e fisica, essenziale per una maggiore capacità di far fronte alle sempre nuove e costanti sfide. Questa educazione avviene, anche e soprattutto, attraverso il design degli ambienti di lavoro, fattore fondamentale della formazione di un corpo mentalmente e fisicamente produttivo. “Mens sana (oggi produttiva) in corpore sano” : scrivanie regolabili in altezza, luoghi di lavoro activity based che portano i dipendenti a muoversi per l’ufficio, invece che rimanere seduti tutto il giorno alla scrivania, ristoranti aziendali che propongono menù sani e biologici… L’uomo vive sempre in relazione con l’ambiente e dall’ambiente riceve stimoli e feedback che si trasformano in sensazioni, umori e azioni. L’ambiente, dunque, costituisce un grande elemento formativo “silenzioso”, e dunque maggiormente pervasivo e persuasivo.

3) Secondo la sua esperienza, i datori di lavoro sanno cosa vogliono i propri dipendenti? Cosa vuol dire ascoltare i loro bisogni al lavoro?

I progetti che hanno avuto i risultati migliori sono stati e sono quelli che vengono sviluppati attraverso un costante dialogo tra datore di lavoro, management, responsabili HR e dipendenti, indirizzato dall’esperienza e dalle capacità di una figura professionale qualificata. È importante non partire da idee e concetti prestabiliti e assoluti, perché, come insegna l’etnografia, ogni contesto vive di una località particolare che va messa in relazione con i concetti e le tendenze generali.

Dunque, a mio avviso, il datore di lavoro deve sempre partire dal dubbio di non sapere cosa vogliono i propri dipendenti, ma è importante incominciare un processo di rinnovamento da domande la cui risposta non è mai data come definitiva: “Che cosa vogliono i miei lavoratori?”, ma soprattutto “Cosa serve davvero alla mia azienda?”, sono domande che richiedono risposte sempre nuove. Non a caso flessibilità e multifunzionalità sono concetti chiave per lo spazio di lavoro contemporaneo.

Un’azienda che sa dialogare al suo interno è un’azienda dove c’è e dove si instaura un grande rapporto di fiducia, e la fiducia è alla base di qualunque processo aziendale di successo.

4) Un ex dipendente di Google, secondo le parole riportate in questo articolo di Business Insider, riguardo al suo periodo alle dipendenze del colosso di internet ha detto: "Hai tutto quello che potresti volere, ma alla fine ti costa ciò che conta veramente. Ogni aspetto della tua vita è studiato in modo da rafforzare l’idea che saresti proprio pazzo a voler essere altrove”.

All’aumentare della qualità della vita in ufficio, aumenta la produttività: ma qual è il limite oltre il quale l’azienda non può andare per non sacrificare la vita privata e la sfera più intima dei suoi dipendenti?

Lei inoltre ha concluso un suo editoriale su WOW! Web Magazine con la domanda: “un ufficio incentrato sull’uomo sarà la causa di un nuovo uomo centrato sull’ufficio?”Dove sta il discrimine fra un welfare aziendale efficace e il rischio di creare una “gabbia dorata”?

Mettiamola così, stiamo assistendo ad un piccolo paradosso: nel momento in cui si potrebbe fare a meno dell’ufficio, l’ufficio sta diventando sempre più attraente e sempre più importante nella costruzione dell’identità aziendale.

Cerchi un buon ristorante? In ufficio! Cerchi un centro benessere dove puoi rilassarti? In ufficio! Cerchi un luogo dove suonare con la tua band di colleghi? In ufficio! Sono solo alcuni esempi di una struttura sempre più ibrida (se la vediamo in ottica positiva), o totalizzante (se la vediamo in ottica un po’ più critica).

Concetti come l’home office, il co-living o lo smart working stanno erodendo i confini lavoro e vita privata, in un tempo che possiamo definire fluido, sfruttando la definizione oramai abusata di Bauman.

Dove sta il limite? Io credo che più sottile diventa la capacità dell’azienda di indirizzare (positivo) o plasmare (critico) la vita dell’individuo, più questo limite si può spingere. Affascinante quanto pericoloso, vero?

Concetti come la felicità in ufficio, per esempio, sono molto interessanti e positivi, ma la disneylandizzazione dei luoghi di lavoro ha, come tutte le cose, il proverbiale secondo lato della medaglia.

Mettiamo in chiaro una cosa: nessuno rimpiange il severo e austero ambiente di lavoro di diversi anni fa, ma se era alienante la fabbrica di “Tempi Moderni” dove lavorava un divertente Charlie Chaplin, lo era anche il Paese dei Balocchi di Collodi. Come insegnano le scienze sociali e della formazione, ogni pratica ha dietro un’idea di uomo e di società di cui è necessario essere consapevoli per mantenere un certo grado di agency (capacità di agire liberamente) del soggetto.

È interessante osservare l’ambiente ufficio di oggi avendo in mente concetti come la microfisica del potere o la biopolitica di Foucault. A tutti protagonisti e agli attori coinvolti in questo cambiamento, dai più entusiasti ai più critici, consiglio a tutti di leggere alcune dei suoi lavori più famosi, come anche l’etnografia di G. Kunda “L’ingegneria della cultura”.

5) Secondo lei quali opportunità possono trovare le PMI nel potenziare il welfare aziendale?

Il principale vantaggio è la creazione di un ambiente moderno capace di ispirare fiducia e senso di appartenenza all’interno e, allo stesso tempo, di trasmettere all’esterno l’idea di un’azienda moderna, in grado di affrontare efficacemente le sfide della contemporaneità. Inoltre “potenziare il welfare” aiuta l’azienda a creare condizioni adatte ad inserire giovani talenti e a gestire problematiche come l’interazione tra diverse generazioni che oggi abitano l’ufficio. Per quanto vada giustamente posta sotto una lente critica, l’equazione benessere/felicità=produttività è comunque provata essere efficace da diversi studi, anche se non bisogna dimenticare che ciò va inserito in una rivoluzione culturale che va affrontata a poco a poco, attraverso una formazione un dialogo e un confronto adeguati.

6) Vede in modo positivo la crescita del fenomeno dello smartworking? Poter lavorare da casa porta in sé il rischio di assottigliare il limite tra vita e lavoro, tanto da rischiare di non “staccare” mai del tutto? O possiede una maggioranza di aspetti positivi?

Lo smartworking ha aspetti sicuramente positivi. Mentre rispondo a queste domande, per esempio, sono in viaggio per l’Italia a trovare alcuni parenti che non vedevo da molto tempo: posto gli articoli utilizzando il wi-fi di un pullman, di una biblioteca di un piccolo paese, dalla casa di una zia che aveva bisogno di una mano per alcuni lavori, ma lo potrei postare anche da una piscina come abbiamo dimostrato dagli eventi che WOW! ha organizzato per la settimana del Lavoro Agile.

Il nostro giornale è un esempio di smartworking al 100%: si lavora per obiettivi, in orari che consentono di organizzare un buon work-life balance, in un contesto di fiducia di squadra consolidata, dove ognuno è responsabilizzato nella gestione del lavoro in una sana routine organizzativa.

Certo lo smart working richiede una nuova educazione e una nuova modalità di pensare al lavoro e alla vita lavorativa di ogni individuo. Ci è data una grande opportunità: sta alla responsabilità dell’individuo e alla sua capacità contrattuale e morale il compito di non farsi fagocitare. Come in ogni momento di passaggio ci sono dei problemi di assestamento, ma i vantaggi a mio avviso sono sicuramente maggiori degli svantaggi, soprattutto in ottica work-life balance.

7) Cosa l’ha spinta ad interessarsi al mondo Sodexo, tanto da scrivere l’articolo “I 10 trend chiave nel workplace”?

Rispondere alla domanda “come sarà l’ufficio di domani?” richiede una lucida analisi del presente, ed il report Sodexo forniva questa analisi in modo puntuale e allo stesso tempo sintetico: dal personal branding, al benessere alle nuove tecnologie, a luoghi sempre più trasversali disegnati per risorse umane sempre più trasversali. Ai nostri lettori e agli addetti ai lavori servono report in grado di ordinare le idee e di dare un orientamento in un mondo in costante cambiamento culturale.

 

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