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Open Innovation: che cos'è?

#18 open innovation

Come dice la parola, letteralmente Open Innovation significa “innovazione aperta”: perché è stato aggiunto questo aggettivo a un concetto da sempre parte integrante dell’avventura imprenditoriale?

In campo aziendale si sente tanto parlare di innovazione, che è un processo fondamentale per ogni società che voglia rimanere attiva e “sul pezzo”; ma che cos’è l’Open Innovation, e perché dovrebbe interessarci?

L’innovazione “tradizionale”

Dobbiamo cercare la risposta a questa domanda nella modalità “tradizionale” con cui le imprese si rapportavano all’innovazione: il processo di rinnovamento veniva visto esclusivamente come fonte di vantaggio rispetto alla concorrenza.

Perciò ogni azienda aveva un reparto “Ricerca e Sviluppo” di proprietà, blindatissimo, in cui cercare di ottenere prima degli altri risultati e avanzamenti tecnologici che le conferissero vantaggio sui competitors. Un clima un po’ da “guerra fredda”, insomma.

Cosa è cambiato?

Col progressivo affermarsi della società globalizzata, il modello tradizionale di innovazione non è stato più soddisfacente per le imprese; principalmente a causa di due fattori:

  • maggiore facilità di spostamento: per le merci, ma anche… per le idee e per i talenti! Che quindi sempre più difficilmente possono essere convinti a rimanere in un’azienda a vita.
  • la sempre maggiore attrazione, da parte dei capitali, per aziende portatrici di nuovi modelli di business, se non a volte in completa rottura col passato. Cosa che è accaduta, ad esempio, nella Silicon Valley.

Inoltre, contribuì a mandare in crisi il modello di Closed Innovation, un altro fatto inevitabile, e cioè che, data la sempre minore “vita” dei prodotti, dovuta alla continua innovazione tecnologica, diventava sempre più rischioso e meno redditizio avere un Reparto Ricerca e Sviluppo non “contaminato” con l’esterno e impermeabile ad altre idee.

Come si può definire, quindi, l’Open Innovation?

Il termine è stato coniato da Henry Chesbrough, l’economista statunitense che nel 2003 scrisse un libro fondamentale sull’argomento, dal titolo: “The Era of Open Innovation”.

Questa è la sua definizione, tratta da un secondo scritto edito nel 2006:

« L'open innovation è un paradigma che afferma che le imprese possono e debbono fare ricorso ad idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche. »

Insomma, Chesbrough comprese che le aziende non potevano più prescindere dall’aprirsi all’esterno per poter portare reale innovazione al loro interno; in particolare, sarebbe stato per loro molto vantaggioso collaborare con i nuovi soggetti in campo: ovvero le startup, nonché programmatori, inventori, istituti di ricerca e università.

Come avviene nel concreto l’Open Innovation?

Grazie a questo modello, l’azienda può “perlustrare” il mercato per scovare quali soluzioni innovative possono corrispondere e aiutare il proprio modello di business, e creare partnership.

All’interno dell’Open Innovation è quindi normale vedere i colossi, le grandi aziende, collaborare a stretto giro con startup.

In questo modo viene anche accorciato il fisiologico time to market, ovvero lo scarto temporale tra l’ideazione e la messa in pratica, e l’azienda vincente sul mercato non sarà quella che ha prodotto le migliori innovazioni al suo interno, ma quella che ha saputo creare una migliore interazione fra le varie parti.

Un altro concetto importante e strettamente collegato all’Open Innovation è quello dell’Ecosistema. Infatti, come abbiamo detto, l’azienda veramente innovatrice sarà quella che riesce a creare servizi innovativi gestendo al meglio risorse interne e esterne.

Perciò quale parola è più adatta di questo termine legato alla biologia?

Parlando di innovazione, infatti, un ecosistema è in pratica un polo in grado di concentrare al suo interno “realtà e individui ad alto potenziale innovativo”; dove l’interazione viene resa quanto più semplice, comoda ma soprattutto interattiva e “innovativa” possibile, in costante contatto con investitori e multinazionali.

Qualche esempio?

Oltre alla già citata Silicon Valley, si può nominare New York: nel caso di questa metropoli americana, sono state proprio le istituzioni cittadine a credere fortemente in questo progetto.

Esse si sono mosse per creare iniziative di associazione, aggregazione e scambio fra imprese innovative, agendo su vari settori: spettacolo, ICT e artigianato.

La stessa cosa è accaduta anche nel polo Boston-Cambridge, spinta in modo particolare dalla compresenza di istituti accademici di altissimo livello nel raggio di pochi chilometri: questo polo si è invece specializzato soprattutto nel settore di cura del benessere e salute e life science.

Non solo America: anche in Italia possiamo trovare esempi di open innovation. Tra questi, Zucchetti, gruppo lombardo di soluzioni software e hardware: in un anno ha acquisito 14 società. Antonio Grioli, presidente del Comitato direttivo, ha dichiarato: «Lasciamo i dirigenti al loro posto e puntiamo a non "zucchettizzare" le realtà acquisite. La figura che ci aiuta a favorire le sinergie è l'Integration Manager».

Insomma, sembra proprio che la via dell’economia del futuro sia segnata: cooperazione e apertura sono le parole chiave dell’innovazione millennial?

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